Articolo 18: un altro pasticcio all’italiana

Prima di affrontare il tema del giorno, la riforma del mercato del lavoro, si impone un’inevitabile considerazione. Se è vero che il jobs act, come sostiene da tempo il presidente del Consiglio, può incoraggiare gli imprenditori ad investire nel nostro Paese, è altrettanto vero che una nazione rappresentata in Senato – dove ieri questo tema era all’ordine del giorno – da tanti squinternati, incapaci di comportarsi in modo dignitoso, non può essere appetibile per nessun imprenditore, né italiano né straniero. Libri e fogli lanciati contro il presidente Grasso (foto), insulti, una rissa di cui ha fatto le spese una senatrice del Pd, colpita ad un polso, monetine gettate sui banchi del governo dai 5 Stelle: la credibilità di uno Stato si evince innanzitutto dalla credibilità delle sue istituzioni, per cui non offendiamoci se ci considerano la Repubblica delle banane. Venendo all’argomento della seduta di Palazzo Madama, possiamo assicurare che i senatori hanno fatto il possibile per garantire il posto di lavoro: il proprio. Infatti hanno votato la fiducia (e chi non l’ha votata era tranquillo perchè sapeva che all’esecutivo non sarebbero mancati i voti sufficienti per andare avanti) su una legge delega che non cita affatto il tanto celebrato articolo 18: però Matteo Renzi può dichiarare che il governo ha incassato un altro via libera e che la riforma procede, quindi rientra la minaccia di elezioni anticipate che il premier adombra ogni volta che viene contraddetto e ne consegue che i parlamentari, molti dei quali non sarebbero rieletti in caso di una nuova consultazione, rimangono al proprio posto. Strapagati per non fare nulla o, al limite, per inscenare gazzarre indegne come quella di ieri.

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