Napolitano e il Nazareno non sono i veri problemi

In linguaggio militare si chiama “manovra diversiva”. Tutti i grandi strateghi della storia l’hanno applicata spesso con successo, sia sul campo di battaglia che nelle aule dei parlamenti. Si tratta di creare un movimento di truppe o, nel caso della politica, sfruttare un accadimento, se non creare ex novo un “caso”, per sviare l’attenzione del nemico, o dell’opinione pubblica, dalla manovra che realmente si ha in mente o da ciò che sta accadendo. In questi giorni è arrivata la notizia che Giorgio Napolitano intende dimettersi entro fine anno dalla presidenza della Repubblica, un’intenzione che per altro il Quirinale non ha smentito né confermato: quindi pare ragionevole supporre che, come si è prestato nel 2013 ad accettare un rinnovo del mandato, il Presidente accetterebbe di rimanere in carica ancora qualche mese, sempre che questo sacrificio si riveli utile per dare l’opportunità al governo di lavorare tranquillo e portare a termine le riforme. Non sarà ordinaria amministrazione, ma neppure si giustifica tutto il polverone mediatico sollevato sull’argomento, con tanto di toto candidati per la successione. Ecco la manovra diversiva: gonfiando a dismisura la portata di questa notizia si evita che i cittadini pensino alla disoccupazione che sale, alle aziende che continuano a chiudere o comunque a licenziare, ai “ragionieri” di Bruxelles che bocciano i conti italiani, alle mille difficoltà delle amministrazioni locali che, grazie al Patto di Stabilità, non possono neppure spendere i soldi che hanno a disposizione. Alle ventilate dimissioni di Napolitano aggiungiamo anche il tormentone del patto del Nazareno: fino a ieri pareva che la sopravvivenza della nazione fosse condizionata dalla sua solidità, e finalmente Renzi e Berlusconi hanno trovato l‘accordo sull’Italicum. Siamo salvi. Ma c’è qualcuno tra noi che si è sentito più ricco, più sereno, più ottimista per il futuro quando ha saputo che lo sbarramento della soglia per il premio di maggioranza alle votazioni politiche sale al 40 per cento? C’è qualche imprenditore che ha deciso di investire in Italia non appena l’hanno informato che la riforma del Senato si approverà a Palazzo Madama entro dicembre? C’è qualche artigiano o commerciante che, vedendo il cassetto vuoto del registratore di cassa, si è consolato pensando che in compenso nel nostro sistema elettorale torneranno le preferenze? Sicuramente no. Eppure questi buontemponi che ci rappresentano a Roma continuano a preoccuparsi di una macchia infinitesimale sulla moquette anziché della casa che sta andando in pezzi.

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